mercoledì 2 agosto 2017

Riprenditi la tua vita STEP I - La connessione... con la Terra.

"La scienza non è altro che una perversione se non ha come fine ultimo
 il miglioramento delle condizioni dell'umanità"
Nikola Tesla

Siamo insoddisfatti delle nostre vite, del nostro lavoro, della nostra famiglia. Siamo così insoddisfatti che non ragioniamo più, apriamo la bocca e diciamo la prima cosa che ci passa per la testa noncuranti dell'effetto che le nostre parole possono avere sugli altri.
Siamo così insoddisfatti che non sappiamo nemmeno più cosa sia la felicità. Crediamo che sia nell'ultimo cellulare uscito, nella marca di moda, nella casa grande, nel computer sempre più potente, nel tablet, negli hotspot wifi gratuiti, nel ristorante appena aperto e negli aperitivi del venerdì.
Siamo sicuri che la felicità sia nella promozione e nel relativo aumento di stipendio, che ce li meritiamo perché abbiamo studiato per anni per ottenere il pezzo di carta che ci dice chi siamo e cosa saremo.
Viviamo la nostra routine fatta di casa, ufficio, figli da accompagnare da qualche parte, telefonate, chat, mezzi di trasporto e palestra. Abbiamo così tante cose da fare che non ci bastano 24 ore per poterle fare tutte. E così rimandiamo a domani quello che ci sembra superfluo.
Procrastiniamo l'attimo di gioco con nostro figlio, il caffè con l'amica che viene sempre rimandato, l'abbraccio ai propri nonni che potrebbe essere l'ultimo, la cena con genitori e suoceri perché si sa: di sicuro ci rimproveranno per qualcosa e allora preferiamo non vederli.
Rimandiamo tutto a favore di una chat con uno sconosciuto che non incontreremo mai, di un massaggio alla SPA, dello shopping e del telefilm che vedono tutti.
Questo siamo diventati.
E ci crediamo i migliori in tutto.
Siamo certi di sapere tutto perché Mr Google dissipa ogni nostro dubbio.
Tutto, o niente. E niente non è un'alternativa valida.

La prossima volta che credi di essere insoddisfatto di qualcosa, fammi una gentilezza: spegni il cellulare. Sì, hai capito bene: spegni quel cazzo di cellulare. Non ne hai bisogno per vivere e per qualche ora puoi anche far perdere le tue tracce. Chi ti ama lo capirà.
Per stare bene: devi riprenderti la tua vita.

STEP I - La connessione... con la Terra.
Cerca un luogo immerso nella natura, uno qualsiasi. Una campagna abbandonata (ce ne sono a migliaia, noi preferiamo pagare e farci i muscoli in palestra che averli coltivando la terra e raccogliere i suoi frutti); un bosco, una spiaggia, un banalissimo prato. Scava una buca con le mani, non importa se ti sporchi tutto: hai il privilegio di vivere in un'epoca dove è facile trovare acqua per lavarsi.
Dopo aver fatto una buca, anche piccola - non ci devi seppellire un cadavere - ricoprila di nuovo con la terra che hai tolto.
Rifallo, ancora e ancora.
Mentre farai tutto questo ti chiederai quanto io sia pazza per avertelo suggerito e a cosa serva, ti sentirai stupido. Sì: agli occhi degli altri sembrerai un coglione, è vero. Ma se ti importerà così tanto che impressione stai dando alla gente vorrà dire che rimarrai insoddisfatto per il resto della tua vita. Se invece inizierai a dire: devo farlo per me, perché così non posso più andare avanti, le cose inizieranno a cambiare.
È un compito così facile che è difficilissimo da fare. Non esiste il lavoro, non esiste la famiglia, non esiste il mutuo, non esistono preoccupazioni. Il tuo compito è quello di svuotare e riempire.
Concentrati osservando le tue mani e la terra che togli e poi rimetti.
Concentrati su quello che stai facendo.

A un certo punto, lo riconoscerai, la Terra ti darà la sua benedizione e potrai smettere. Potrebbe accadere dopo dieci minuti come dopo dieci ore.
Probabilmente ti verrà da piangere perché avvertirai la sua forza e l'emozione sarà tale che non riuscirai a contenerti.
Sticazzi. Piangi, urla, spogliati, fai quello che vuoi.
Asseconda questa forza che dalle mani circolerà per tutto il corpo.
Se avrai fatto tutto correttamente: alla fine, guarderai le tue mani e sorriderai dei dubbi che ti erano venuti. E sentirai che il cambiamento è iniziato e non potrai più arrestarlo.

Ogni volta che sentirai che qualcosa non va: connettiti con la Terra.

lunedì 15 settembre 2014

venerdì 30 maggio 2014

giovedì 24 aprile 2014

Recensione Sex & the Kitchen – Racconti e pi-atti unici di Patrizia Caiffa




Tre storie differenti per stile e trama che hanno in comune il sesso e la cucina, da qui il titolo Sex & the Kitchen.
Leitmotiv di tutti e tre i racconti è la difficoltà di interfacciarsi con l’altro sesso e la totale assenza di comunicazione che ne deriva. Tutti e tre i personaggi principali vorrebbero far chiarezza con il proprio partner e risolvere le problematiche ma per motivazioni differenti non riescono nel loro intento.
** SPOILER **
1. Il velo della sposa e l’abbecedario (frittelle di fiori di sambuco e acacia): la protagonista, Maria Celeste, è una giovane donna analfabeta siciliana che sposa l’uomo dei suoi sogni ma l’idillio termina presto. Lui le insegnerà, dietro richiesta di lei, a leggere e scrivere in cambio di sesso e violenza. Da vergine illibata cede a tutte le stranezze del marito fino a quando in preda alla rabbia lo uccide il giorno del loro primo anniversario di nozze.
Racconto ben scritto con trama articolata, ho soltanto avuto qualche difficoltà nella lettura per l’abbondante presenza di termini appartenenti al dialetto siciliano che non è nelle mie corde.
2. Io posso, io godo (torta rustica): Iris è una ragazza che ama la buona cucina e il buon vino. Invita a cena da lei Loris, un giovane conosciuto nella libreria dove lavora. La cena è un disastro sia perché riesce a bruciare l’unica pietanza che ha preparato sia per le continue battute da nerd di lui che lei sistematicamente non comprende e denigra.
Il dopo-cena risulta surreale e ai limiti della follia. Iris, dalla sua prima volta, pretende dai partner di fare sesso soltanto in cucina riempiendo il malcapitato di turno di panna, crema di nocciole, amarene sotto spirito, sciroppo di ribes e tutto quello che riesce a trovare nel frigorifero. Lui, arrabbiato e spaventato allo stesso tempo, scappa a gambe levate lasciandola sola a godere con un bignè di San Giuseppe con la crema.
Come il precedente anche questo racconto è ben scritto e lo stile è leggermente differente. Ammetto di aver sorriso e storto il naso in alcuni punti per le stranezze della protagonista ma mi rendo conto che alla fine: son gusti.
3. Nero come il dolore (Liquore alla Liquirizia): Goffredo è un avvocato con la vocazione della cucina. Ha conquistato Elena, la sua compagna, proprio così: preparandole piatti succulenti. Dopo qualche anno di convivenza l’amore diminuisce, il sesso si annulla e da amanti infuocati si trasformano in due coinquilini che dividono le bollette.
Lui decide di riaccendere la fiamma preparandole i suoi cavalli di battaglia ma soltanto alla fine della preparazione si accorge di un biglietto lasciato da Elena sul frigorifero, biglietto dove c’è scritto che non tornerà mai più a casa.
Nero come il dolore è il mio preferito dei tre racconti perché, oltre ad avere un intreccio notevole, è quello che spiega meglio la diversità fra i due sessi e come spesso accade nella realtà: la relativa mancanza di dialogo lacera il rapporto in maniera irreparabile.

venerdì 28 febbraio 2014

Insaziabili Letture: concorso letterario Dietro la Maschera 2014




Ogni giorno indossiamo una maschera, la maggior parte di noi lo fa inconsapevolmente creando una proiezione di quello che vorrebbe essere per farsi accettare dagli altri. È soltanto quando incontriamo qualcuno a noi simile che la togliamo perché quando
si conosce la persona giusta bisogna essere onesti e mostrare chi siamo in realtà o rischiamo di perderla.
E feci proprio così quella sera, le mostrai il vero Gustav, quello che in pochi conoscevano perché lei, per qualche congiunzione astrale o piano divino, era lì per rendermi un uomo migliore di quel che ero diventato negli ultimi anni.
[continua a leggere il racconto sul portale letterario Insaziabili Letture]





Vorrei ringraziare lo staff di Insaziabili Letture e i membri della giuria per aver inserito il mio racconto fra i sei finalisti al concorso Dietro la Maschera, è un vero onore per me.
Grazie infinite.
Quando ho letto il bando del concorso e la tematica del Carnevale mi è venuta subito in mente la scena del ballo in maschera presente in “Doppio Sogno” di Arthur Schnitzler diventata famosissima nel film “Eyes wide shut” di Stanley Kubrick. Il titolo originario del romanzo è “Traumnovelle” che tradotto in italiano sarebbe: Novella del Sogno. Schnitzler scelse questo titolo in onore del suo caro amico Sigmund Freud e del suo celebre “Die Traumdeutung”, ovvero, L’interpretazione dei sogni.
I personaggi di Arthur e Sigmund sono stati creati prendendo spunto dai protagonisti di un’altra opera di Schnitzler poco conosciuta, Anatol, una delle mie preferite.
Nella Vienna di fine Ottocento viveva anche un altro artista che amo particolarmente e che era amico dello scrittore e di Freud, il pittore Gustav Klimt.
Nel 2012 mi sono recata nella capitale austriaca per il 150esimo anno dalla sua nascita e ho potuto ammirare, oltre alle sue opere, tutta la corrispondenza e le foto che riguardavano lui e le persone a lui care e fra queste c’erano anche Arthur e Sigmund. Sono inoltre andata al civico 19 di Berggasse dove ancora oggi è possibile visitare la casa/studio del padre della psicoanalisi diventata un vero e proprio museo.
Ricordo di esser rimasta colpita dall’amicizia dei tre e volevo rendere loro omaggio inserendoli nel mio racconto ma mancava la giusta ambientazione, non poteva avvenire in una casa qualsiasi di Vienna. Ho scelto Villa Szeps perché era uno dei luoghi di incontro che tutti e tre frequentavano. Berta, figlia di uno dei più facoltosi editori austriaci, era una scrittrice e critica d’arte e invitava spesso nel suo salotto personaggi famosi dell’epoca fra i quali i tre amici. Sarà proprio il marito di Berta, Emil Zuckerkandl, Direttore della scuola di medicina di Vienna, ad aiutare Klimt nello studio dell’anatomia umana. Studio che ha applicato poi magistralmente all’interno delle sue opere.
Infine, mi ha sempre affascinata la storia d’amore fra Klimt ed Emilie Flöge. Malgrado la quantità imbarazzante di tradimenti di lui e il fatto che non volesse sposarla, lei gli è rimasta accanto fino alla morte dimostrando un amore e una devozione che forse non tutte le donne contemporanee avrebbero nei confronti del proprio partner. In rete sono reperibili numerose foto che raffigurano i due assieme e il quadro che mi ha ispirato il titolo che ritrae Emilie proprio con l’abito blu citato.
Ho voluto quindi unire tutti questi elementi per la stesura di questo umile racconto con la speranza che sia di vostro gradimento.
Anita